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venerdì 1 aprile 2016

[Attualità] - Roma, arrivano i Game Changers. TEDx all'Auditorium Parco della Musica

Il 9 aprile, all'Auditorium Parco della Musica di Roma, venti game changers dal mondo della scienza, della cultura, della musica, del cinema e dell'innovazione daranno vita all'edizione romana di TedX. 
Info, video e otto protagonisti da iniziare a seguire.





Sabato 9 aprile, alcune tra le più importanti personalità dal mondo della scienza, dell’imprenditoria, dell’arte, dell’agricoltura e della cultura si incontreranno con il pubblico di Roma tra gli spazi dell’Auditorium Parco della Musica. In una serie di conferenze e dibattiti, questi protagonisti dell’innovazione entreranno nella veste di game changers e diffonderanno storie, spunti di riflessione e idee su alcuni dei temi più importanti della contemporaneità. 
L’evento è firmato TED, ma si svolge in maniera autonoma e indipendente nell’ambito del programma TEDx.

TED Conferences è una famosa organizzazione non-profit nata  in America nel 1984 con una  mission precisa:

venerdì 18 marzo 2016

[Attualità] - Torna #MuseumWeek, la conversazione social tra i musei di tutto il mondo

Manca una settimana alla terza edizione di #MuseumWeek2016, il più grande evento culturale mai organizzato su un social media. Tutto il programma e 10 musei da iniziare a seguire per essere sempre aggiornati.







Dal 28 marzo al 3 aprile
, chiunque avrà voglia di farsi un giro per musei non dovrà che aprire il proprio browser e collegarsi a Twitter. Da Roma a New York, Da Parigi a Città del Capo e via così attraverso tutto il pianeta, migliaia di Enti culturali e poli museali accenderanno la terza edizione di
#MuseumWeek, il più grande evento culturale mai organizzato su Twitter, rivolto a musei e visitatori per avvicinarsi a segreti, aneddoti e

venerdì 4 marzo 2016

[Attualità in pillole] - Da Calais alla Grecia, dal fumetto al cinema indipendente: 4 cose che succedono nel mondo


Dallo smantellamento del campo di Calais alla crisi umanitaria sul confine greco-macedone, passando come sempre attraverso qualche consiglio culturale. Quattro step tra video, immagini e spunti di lettura per sapere cosa succede nel mondo.
Non dimenticare di leggere gli approfondimenti cliccando sui link.



1. attualità


Foto dal reportage di Marco Cesario uscito su Linkiesta: "L'inferno dei migranti di Calais tra stupri, sgomberi e ronde xenofobe"



Continuano gli smantellamenti per gli abitanti della zona sud della "Jungle" di Calais, il campo migranti sulla costa settentrionale della Francia tra i più grandi, affollati  e militarizzati d'Europa. Ieri mattina, al quarto giorno di evacuazione e demolizione e dopo numerose proteste di migranti e attivisti "no borders" contro le azioni della polizia, alcuni rifugiati iraniani

venerdì 26 febbraio 2016

[Attualità in pillole] - Da sapere, da vedere: 4 news scelte dal mondo




Dalle proteste contro il Ttip alla crisi dell'acqua nella capitale indiana, passando per qualche consiglio artistico in giro per l'Italia. Chiudiamo la settimana con quattro cose da sapere sul mondo.

1. attualità




     
Qui il video in italiano

Lunedì 22 febbraio un gruppo di attivisti di Greenpeace ha bloccato con catene

venerdì 22 gennaio 2016

[Attualità in pillole] - Quattro news della settimana in immagini, grafica e spunti di lettura

Dal referendum No-Triv al documentario "Porn to be free" di Carmine Amoroso, passando per la questione degli obbiettori di coscienza e l'ultimo rapporto Amnesty International su tecnologia e lavoro minorile, ecco le 4  tra le notizie della settimana che ci hanno fatto più discutere. 





1. 
Martedì 19 gennaio la Corte costituzionale ha dato il via libera al referendum sulla durata delle trivellazioni per l'estrazione di gas e petrolio nelle acque italiane. Il quesito, però, è l'unico debole "reduce" tra i sei proposti alcuni mesi fa da 10 consigli regionali.
Il 1 ottobre 2015, le regioni Abruzzo, Basilicata,

venerdì 27 novembre 2015

[Attualità] - In un'ottica data-driven: come si raccontano le storie con i dati


Per pensare a come è cambiato il mondo che ci circonda, è opportuno fare riferimento a tutta quella realtà assolutamente nuova emersa con la rivoluzione di internet. Facebook, Twitter, supporti cloud, Open Data, communities on-line, statistiche: tutte le informazioni presenti sul web - comprese quelle che anche noi gli forniamo quotidianamente - rappresentano fonti di dati preziose, inesauribili e  in continua espansione. Da un lato questo caos spaventa, incrementa i grandi dibattiti su temi come privacy, deontologia e diritto all'oblio; dall'altro, però, il contributo di alcuni tipi di dati sta aiutando uno spettro molto ampio di discipline a potenziare i propri strumenti: la quantità di data-set on-line, grazie all'open source e agli open-data, è diventata talmente ampia da permettere l'accesso a notizie e informazioni che qualche anno fa sarebbe stato impossibile "districare" e analizzare; se i dati diventano accessibili cambia il modo in cui si trovano, costruiscono e raccontano le storie, ed è  proprio in quest'ottica che emerge un modo di fare giornalismo assolutamente attuale, che vale la pena approfondire: il data-journalism.

venerdì 13 novembre 2015

[Attualità] - Torna #Glocalnews, e tutto il mondo è Varese


Social media, digital journalism, ambiente, ma anche cibo e editoria gastronomica: restate connessi, perché la prossima settimana Varese torna ad essere #glocal. Dal 19 al 22 novembre il centro cittadino si metterà in moto per la quarta edizione di Glocalnews, il festival del giornalismo digitale e locale organizzato da Varesenews in collaborazione con Ona Italia, Anso, Lsdi, Digit , il Consiglio regionale della Regione Lombardia e il Comune di Varese . 
Sarà una quattro giorni di incontri, workshop, cultura digitale, mondo social e attualità in compagnia dei protagonisti più influenti del mondo del giornalismo e della comunicazione. 

Il 2015 è stato l’anno di Expo Milano, le domande lasciate aperte dal grande evento sono molte e il dibattito si prospetta ancora lungo; #Glocal15 inizierà proprio all’insegna di questo argomento:

venerdì 6 novembre 2015

[Attualità] - Giù le mani dal Diario! Le memorie di Anna Frank non saranno pubblico dominio


Secondo la legge sul diritto d’autore vigente in molti Paesi, un’opera diventa di pubblico dominio - e dunque viene sciolta da qualsiasi vincolo di sfruttamento economico da parte di privati - 70 anni dopo la morte di chi l’ha realizzata. A gennaio 2016 sarebbe dovuto essere il turno del “Diario di Anna Frank”, una delle più importanti testimonianze della storia sull’occupazione nazista e sulle persecuzioni antisemite, ma sembra che gli eredi dell'opera abbiano avuto la meglio sull'incombente scadenza. "Giù le mani dal Diario di Anna Frank", ha gridato al mondo il Fondo che dal 1947 ha ereditato i diritti di più di 30 milioni di copie del libro: le memorie non saranno rese di pubblico dominio almeno per i prossimi venticinque anni.

venerdì 30 ottobre 2015

[Attualità] - Nel nome dello sharing: arriva a Milano la "Collaborative Week"


Economia Condivisa, Coworking, Consumo collaborativo, Surfcoaching, Crowfounding: il 2015 senza alcun dubbio è stato l’anno della Sharing Economy, quell’insieme di nuove pratiche di scambio che, grazie all’intermediazione di app o piattaforme on-line, permettono ai  cittadini collaborare nel lavoro, co-progettare, creare reti, mettersi in contatto e condividere gratuitamente o dietro tariffa (che generalmente è molto low cost) servizi come passaggi in macchina, posti letto, ristorazione, abbigliamento, mobilio e chi più ne ha più ne metta. 
Circa un anno fa, il Time l’aveva inserita tra le 10 nuove pratiche che avrebbero cambiato il mondo, e a un anno di distanza i frutti di questo cambiamento iniziano a prender forma, perché di economia condivisa si parla sempre di più. Ma come concretizzare ogni giorno tutte queste nuove frontiere del consumo responsabile? Se ne parlerà a Milano dal 7 al 14 novembre prossimi, in occasione della terza edizione di Milano Collaborative Week. 
La sette giorni si accenderà presso lo spazio Ex Ansaldo (via Bergognone, 34), e ospiterà workshop, tavole rotonde, ricerche, proiezioni, premiazioni, tour sul campo e una fiera per conoscere da vicino questo nuovo universo contribuendo concretamente alla sua crescita.

venerdì 16 ottobre 2015

[Attualità] - La stagione continua col Terzo Settore: al via a Roma il Salone dell'Editoria Sociale

Edizione passata del Salone dell'Editoria Sociale
E’ una stagione molto intensa per la cultura italiana: se da metà settembre a questa parte si è passati per innumerevoli eventi di fumetto, arte e giornalismo, nelle settimane che verranno gli spazi dedicati alla cultura continueranno ad articolarsi attraverso la letteratura, l’editoria e il tema del sociale.
Il prossimo week-end sarà il turno del Terzo Settore: dal 22 al 25 ottobre, negli ampi spazi di Porta Futuro presso il quartiere Testaccio di Roma (in Via Galvani) , si terrà la settima edizione del Salone dell’Editoria Sociale, iniziativa promossa dalle Edizioni dell’asino, la rivista Lo Straniero, le associazioni GliAsini e Lunaria in collaborazione con Redattore Sociale e Comunità di Capodarco.

venerdì 9 ottobre 2015

[Attualità- Reportage] - Sognando Ferrara: un folle viaggio tra le frontiere di Internazionale

Eravamo partite da Roma alle cinque del mattino, con l’alba ancora lontana dal cielo e l’entusiasmo a mille, già in Emilia Romagna. Convinte di arrivare a destinazione verso le ore 10,00, non ci saremmo mai aspettate che tutta quella fibrillazione sarebbe stata spenta da una strada lunga, tortuosa e piena di peripezie: in autostrada un rimorchio si è staccato dal suo camion provocando ore e chilometri di traffico. Il solito ignoto inopportuno, in uno delle decine di Autogrill in cui abbiamo fatto tappa per rifocillare il cane, ci ha rubato l’iPhone tutto spaccato che ancora non abbiamo capito a cosa gli servirà. Per non parlare poi delle tensioni: e il traffico, e il telefono, e la stanchezza, e la delusione che non saremmo mai arrivate alle 10,30 per la rassegna stampa internazionale... 

Ma poi alla fine ce l’abbiamo fatta.

venerdì 2 ottobre 2015

[Attualità] - #Spazidanonperdere, un contest fotografico per il bene che torna comune

Nel luglio del 2014, l’Agenzia del Demanio metteva all’asta on-line cinque edifici abbandonati appartenenti allo Stato Italiano: un castello, un’isola, un’antica palazzina, un ex convento e un ex ospedale militare. 
La vendita, avviata inizialmente dal governo Monti e ripresa dal Presidente del Consiglio Renzi, aveva l’obiettivo di riempire un po’ le casse dello stato di fronte al perpetuo “allarme debito pubblico” in cui vive la politica italiana, ma – forse inaspettatamente forse no – si concluse in maniera del tutto fallimentare: dei cinque beni messi sotto il brivido dell’offerta, uno soltanto trovò il suo acquirente. Un immobiliarista si aggiudicò l’ex ospedale militare di Trieste per 610mila euro, e per il resto solo imbarazzante silenzio.

La storia dei cinque edifici italiani che nessuno vuole è un esempio lampante della condizione in cui versa il territorio del Bel Paese, caratterizzato dalla più alta densità di beni culturali per chilometro quadrato al mondo, ma anche dal più basso tasso di spesa pubblica per la “tutela e valorizzazione beni e attività culturali e beni paesaggistici”: questa rappresenta solo lo 0,3% del Pil, e il divario si fa più ampio man mano che dal Nord si scende verso il Sud. Le regioni del meridione sono agli ultimi posti per stato di conservazione degli edifici storici.

Ma se da una parte tutti gli spazi in disuso sparsi per il territorio italiano sono uno “spreco inaccettabile”, dall’altra

venerdì 25 settembre 2015

[Attualità] - Si accende #Restart Roma: verso i diritti daSud e per il Sud

Avevamo parlato proprio ieri di “McMafia”, la mostra su mafie e fumetto che si sta tenendo in questi giorni al Museo di Roma in Trastevere; le oltre novanta tavole che si dispongono nelle luminose gallerie, però, sono solo il piccolo tassello di un contesto d’azione molto più ampio e articolato: quello di Restart, il Festival della creatività antimafia e dei diritti. Giunto alla sua decima edizione, Restart è organizzato dall’Associazione daSud e prenderà il via oggi alle ore 18,30 presso la Casa del Jazz di Roma, in viale di Porta Ardeatina 55. Saranno presentati eventi, iniziative e dibattiti fino a domenica 27 settembre. Il week end si pone la sfida di rappresentare un vero e proprio villaggio dei diritti e della creatività:

venerdì 18 settembre 2015

[Attualità] - #Nohatespeech: giornalisti e lettori bannano il cyber-razzismo


I commenti d’odio non sono opinioni, e gli operatori della comunicazione hanno il dovere di bannare ogni forma di cyber-razzismo. È questo l’appello principale con cui martedì scorso è partita su Change.org la petizione “#Nohatespeech – giornalisti e lettori contro i discorsi d’odio”; l’iniziativa, promossa dall’associazione Carta di Roma insieme alla European Federation of Journalists e Articolo 21, si pone l’obiettivo di mettere in luce, sia di fronte ai giornalisti che ai fruitori dei mezzi di comunicazione on-line, che “impedire la diffusione dell’odio non è solo un atto di responsabilità civile. È, per chi fa il giornalista, l’adempimento delle regole-base della professione, quella che impone a tutti i giornalisti il dovere di restituire la verità sostanziale dei fatti”.

L’invito di #Nohatespeech, dunque, si rivolge a un pubblico molto ampio e variegato:

venerdì 11 settembre 2015

[Attualità] - Il corteo di Venezia arriva in Europa. Ma quanto si spoglia la marcia scalza?

I migranti di Bansky a Dismaland

Per la prima volta nella storia, il prezioso red carpet di Venezia sarà percorso oggi da decine di migliaia di piedi nudi: la Mostra del Cinema sta percorrendo la sua 72esima edizione, e in ballo, quest’anno, non poteva non esserci anche un sorprendente, angosciante spicchio di realtà sociale che ci circonda: il tema dei rifugiati.
La settimana scorsa, un gruppo di scrittori, artisti, registi e personaggi della politica hanno lanciato un appello a tutti coloro che si troveranno a visitare il grande evento veneziano: “Per affrontare i cambiamenti epocali della storia – scrivevano sul sito dell’iniziativa - è necessario avere una posizione, sapere quali sono le priorità per poter prendere delle scelte. I migranti sono gli ‘uomini scalzi’ del secondo millennio. E noi stiamo dalla parte degli uomini scalzi”.

Nell’arco di neanche una settimana, la copertura mediatica dell’appello ha riscosso risposte decisamente più ampie del previsto:

venerdì 4 settembre 2015

[Attualità] - Follia, acrobazia e fiati mozzati: torna in scena "Tutti matti per Colorno"

Poesia e follia, condivisione e partecipazione, scambio e convivialità: prende il via oggi l’ottava edizione di “Tutti matti per Colorno”, il festival internazionale di circo e teatro di strada che, con la direzione della compagnia “Teatro Necessario”, ospiterà anche quest’anno ben 72 artisti provenienti da tutto il mondo.
Quella di Colorno è una tre giorni sempre attesissima, diretta a un pubblico di tutte le età: il centro del suo scenario è la splendida Reggia che fu dei Farnese, dei Borbone e infine di Maria Luigia D’Austria, ma le performance, come tutti gli anni, invaderanno anche i vicoli e le strade del centro storico che la circondano.



venerdì 1 maggio 2015

[Il Punto su...] - #NoExpo. Sale la grande opera, crollano le basi

È il primo maggio, la festa dei lavoratori. Centinaia di migliaia di persone stanno per uscire di casa, mettersi in macchina e andare a festeggiare da qualche parte per l’Italia.
Alcune di loro, assieme a tanta altra gente che viene da tutto il mondo, si trovano di fronte alle porte di un grande edificio tutto bianco che è stato messo su in fretta e furia durante gli ultimi mesi: l’Expo2015 di Milano.

Tre giorni fa, il Fatto Quotidiano pubblicava alcune foto – diffuse da M5S Lombardia – mostranti una serie di operai che lavoravano in tutta fretta a ridosso di alcune pareti. Lo spazio in cui si trovavano era vuoto, disordinato, anche piuttosto sporco. Ed era uno dei locali di Expo 2015, l’esposizione universale che, neanche a dirvelo, sta aprendo oggi le sue porte ai cittadini di tutto il pianeta.  Quel pianeta che dice di voler nutrire affianco a “maestri” dell’alimentazione come Mc Donald’s, Monsanto, Nestlè, Coca Cola, Eataly e molti altri.
Noi di Tutùm avevamo già parlato dell’immaginario “patinato, contraddittorio e assolutamente volto al profitto” che molti attivisti leggono tra le righe del disegno di questa grande esposizione. La “Rete No Expo”, insieme di 20 realtà che si muovono sul territorio di Milano dal 2007, aveva ben spiegato i motivi per cui effettivamente ci sarebbe da porsi delle domande rispetto allo slogan che accompagna il colorato titolo di questa fiera: “Nutrire il pianeta”.
Ci eravamo chiesti in che modo un evento precarizzante, privatizzante e delegalizzante come Expo possa prendersi la briga di insegnarci il modo in cui si nutre il pianeta. La domanda era rimasta sospesa alla fine di un lungo articolo, sotto una tela di discorsi che avevamo districato con l’aiuto un attivista della Rete. 

Il giorno del verdetto, quello in cui i visitatori osserveranno criticamente Expo, abbiamo deciso di prendere la questione dal punto di vista più concreto possibile. Di lasciare che le evidenze fino ad oggi svelate da Expo parlino da sé. E anche un po', con Luca, portavoce di #NoExpo.

Materialità:
La parte più caratteristica e importante di un Expo è la sua fisicità. Nel caso specifico, questa fisicità si è  rivelata controversa soprattutto dal punto di vista sociale e politico. Ce lo dimostra la cronaca di illegalità che ha scritto la storia di Expo fin dal 2007, ma ce lo dimostrano anche alcuni dati che circolavano in questi giorni: secondo l’Osservatorio Open Expo, lo stato dei lavori a due giorni dall’apertura era ancora al 21%. Dato preoccupante, se si pensa che la data del primo maggio non può esser evasa. Ma anche interessante, perché viene da chiedersi cosa ne sarà di questa incompletezza di fronte al verdetto dei visitatori.
“L’inaugurazione, probabilmente, sarà simile a un grande ‘cerone’ di copertura – ha ipotizzato Luca – ci si troverà di fronte a un confezionamento che già dal due maggio comincerà a mostrare i primi punti deboli”. Confezionamento fatto di tante sfaccettature, e che che probabilmente ha iniziato a prendere la sua forma  qualche mese fa. Secondo Luca, nelle ultime settimane “più Expo si avvicinava e la figuraccia incombeva, più aumentava la tensione sul territorio milanese”. Tensione che – come ben si sa – è spesso alimentata da una stampa che riporta informazioni incomplete, non approfondite, quasi votate alla voce unica della comunicazione istituzionale. 

Antagonismo:
Non serve tornare troppo indietro per trovarne un esempio: basta leggere le pagine di cronaca dei cortei che si sono svolti ieri a Milano.
Quando si parla di antagonismo, l’immagine che più frequentemente accompagna la sua narrazione è legata all’illegalità: black block, arresti, manganellate, offensive, fumogeni, tensione. 
Nessuno osa mettere piede oltre la linea di questa dimensione unica e stereotipizzante. E nessuno, oltre a decontestualizzare i singoli fatti, ha mai provato a fare il punto sulle ragioni che potrebbero celarsi dietro quello che si vuol far passare per sterile “antagonismo”.
Oltre al paio di “black block” un po’ sensazionalizzati da alcune testate, hanno marciato pacificamente molti di coloro che non saranno giovati da questo grande traffico di soldi e persone, come i lavoratori scioperanti coinvolti dal Piano di lavoro Extra per Expo, firmato dall’azienda e dalla maggioranza delle sigle sindacali col fine di intensificare i turni senza però compensare le mansioni notturne o festive: “Una macchina comunale spremuta in anni di tagli e sacrifici – spiega Luca commentando lo sciopero indetto lo scorso mercoledì da Cub – adesso chiede di far fare bella figura in occasione di Expo, mette sul piatto quattro lire senza però entrare nel merito delle questioni che i lavoratori di queste aziende pongono da tempo sul piatto, soprattutto dal punto di vista della qualità del lavoro e della sicurezza. Non è sicurezza far lavorare gli autisti per 10/12 ore di fila. Mette in pericolo anche l’incolumità dei passeggeri”.

Ad aver sfilato tra i tanti sono anche gli attivisti della Rete No Expo, che fanno informazione e cultura sul territorio lombardo da ben otto anni senza mai aver avuto problemi di tipo legale: “Per oltre un anno – spiega Luca – i No Expo sono stati anche al centro della  lotta contro le vie dell’acqua a Milano. In quest’anno di lotte è successo molte volte che la polizia arrivasse ai nostri blocchi di fronte ai cantieri, ma 10 volte su 10 il suo intervento si è concluso con azioni sanzionatorie nei confronti dell’impresa! Questo è per dirti che gli attivisti No Expo non hanno  mai avuto problemi giuridici, legali, amministrativi o penali”.

Domenica 3 maggio sarà presentato presso l’assemblea finale della Rete il calendario AlterExpo, comprendente tutta la serie di iniziative che si terranno nei prossimi sei mesi: “Alcune di queste – continua – saranno la presentazione dello Spazio Fuori Mercato, costituito da un circuito comprendente tutta quella filiera produttiva e distributiva svincolata dalle logiche della grande distribuzione e della certificazione, che seguono la logica secondo cui non è buono solo ciò che è certificato, ma è genuino quel che è prodotto dalla terra e nel rispetto della terra. E non solo nel momento della distribuzione ma anche in quello della produzione. A metà giugno si terrà un’iniziativa sul tema della casa, poi ci sarà il pride, in cui saranno messi in discussione tutto l’immaginario e la retorica di genere realizzati da Expo: la donna massaia, che fa ricette, che sta ai fornelli, che rappresenta la maternità. 
Oltre a queste iniziative, poi, ci sarà un laboratorio della durata di sei mesi, che avrà l’obiettivo di produrre una serie di ragionamenti sulla città in trasformazione attorno a una nuova free press. Il primo numero sarà distribuito all’assemblea finale, e l’invito sarà quello di collaborare a un lavoro che dal primo novembre, data di fine dell’Esposizione, inizierà a guardare ai problemi della città senza più Expo”.

Funzionamento:
A fare giudizio nei prossimi mesi non saranno solo quelli che hanno pagato il biglietto. Tra loro, già da oggi, si muoveranno impegnatissimi migliaia di ragazzi – settemilacinquecento in tutto, per l’esattezza – che hanno accettato di prestare la propria collaborazione all’evento in cambio di due cose: un tablet e l’opportunità di poter arricchire il proprio curriculum grazie a un lavoro non retribuito. Questi “volontari” sono considerati da molti vittime di sfruttamento, ma anche presi di mira. In maniera simile a quei “choosy” che hanno scelto la strada #Iononlavorogratisperexpo.
Secondo Luca, “questa è una grande mercificazione, perché il volontariato si fa per il sociale e non per qualcosa che è costato miliardi di denaro pubblico ai fini di soggetti privati. Nella miseria sociale del nostro paese, dove la gente si laurea a 25 anni e a 40 se le va bene è ancora precaria, si gioca creando un falso immaginario per cui si dice che se farai il ‘volontario’, allora conoscerai migliaia di persone e avrai centinaia di opportunità per trovare un futuro lavoro. Come spiegare che sono tutte chiacchiere? 
Si gioca su questa comunicazione suadente e sul fatto che la stragrande maggioranza della popolazione italiana è ignorante rispetto ad Expo e alle sue dinamiche. E ciò significa anche non approfondire tutto il ragionamento sulla retorica del volontariato!”
E’ ovvio che nella disperazione sociale ci si caschi: 7500 hanno accettato. Ma queste figure, che altrove sono sempre state lautamente pagate, avranno il compito di far funzionare parte di una macchina che genererà molto profitto.

E così, nel momento in cui la Grande Opera apre i battenti, la sua stessa materialità torna a tradirla, rendendo obsoleto ogni pilastro su cui va a poggiarsi: quello fisico, perché i muri di Expo traballano; quello retorico, perché lo “sterile antagonismo” della coomunicazione politica è facilmente smontabile; e infine anche quello strutturale, perché il sistema dei volontari, se non opportunamente alimentato, andrà a morire progressivamente.
Lasciamo ai posteri l’ardua sentenza, con l’auspicio di deprecarizzarci entro i prossimi sei mesi e correre a comprare un biglietto per Milano.

E buon Primo Maggio :)





Giulia C.

venerdì 24 aprile 2015

[NarrAzioni] Premio Ortega y Gasset: per un giornalismo "que mira con otros ojos"

José Ortega y Gasset nacque a Madrid nel 1883, nel bel mezzo di quella sensazionale svolta economica, sociale e urbanistica d’Europa che la storia è solita chiamare modernità. Nella sua crescita fu fortemente influenzato e affascinato  dal clima giornalistico – la madre era proprietaria del giornale madrileno El Impartial e il padre ne era autore -, e questa influenza gli permise di sviluppare ben presto la convinzione del fatto che al politicamente disinteressato popolo spagnolo era assolutamente impossibile rivolgersi in gergo politichese. Così, soprattutto per mezzo di articoli, intraprese l’ardua missione di trasmettere il suo pensiero filosofico e politico con un linguaggio semplice e diretto.
Il grande merito di Ortega è quello di esser stato tra i primi pensatori a divulgare cultura e pensiero nella maniera colloquiale che necessitava l’allora nascente società di massa. Ma i suoi lavori, dalla maggior parte del clima intellettuale di quel tempo, furono rifiutati e sottovalutati: l’esprimere idee in articoli, conferenze e chiacchiere da bar era considerata dai più una forma non ortodossa di fare filosofia. Per i suoi più colti contemporanei, Ortega non era un vero filosofo.
Ogni giornalista dovrebbe dedicare un piccolo spazio della propria anima professionale a questo pensatore: la sua incompresa rivoluzione culturale e comunicativa è stata il punto di partenza di un modo di raccontare la realtà che si presume essere oggi una delle basi del giornalismo di qualità.  

A vederla così, oltre agli umili scrittori della redazione di Tutùm, è anche l’autorevole quotidiano spagnolo El Paìs, che nel 1983 ha scelto di dare il via a un premio annuale per i migliori lavori giornalistici in lingua spagnola proprio a questo importante personaggio.
Il premio Ortega y Gasset ha l’obiettivo di far luce sulla difesa della libertà, dell’indipendenza e del rigore come virtù essenziali del giornalismo, riconoscendo tutti quei prodotti che nell’anno precedente si sono distinti per la qualità delle loro narrazioni.
Al premio possono ambire tutti i lavori scritti, digitali e grafici pubblicati in lingua spagnola all’interno di riviste e quotidiani di tutto il mondo. Ad ogni vincitore viene elargita la somma di 15,000 euro e un’opera dell’artista spagnolo Eduardo Chillida.

La 32esima edizione del premio si è svolta la scorsa settimana, e la sua giuria ha premiato quattro giornalisti e attivisti nell’ambito degli sprechi pubblici, del crimine organizzato, della diseguaglianza nell’immigrazione e della resistenza giornalistica in Venezuela. Quel che sono riusciti a fare i vincitori, secondo la giuria, è realizzare giornalismo di qualità nel mare magno della notizia postmoderna, immediata, ipermediata e fulminea che domina il panorama contemporaneo.

Nella categoria Periodismo impreso (su carta stampata),
il riconoscimento è stato assegnato a Pedro Simòn e Alberto di Lolli: motivo del merito, l’elaborato reportage “La Spagna degli sprechi”, pubblicato in El Mundo nell’ottobre dello scorso anno. 
La Espana del Despilfarro consiste in una serie di storie che attraversano con grande ritmo narrativo tutti quei casi apparentemente trascurabili della grande storia dello spreco di risorse pubbliche spagnole. L’approccio che i due autori sono riusciti a sviluppare, secondo la giuria, è “del tutto nuovo”, e abbraccia “una tematica che è invece molto ricorrente”. Simòn e Lolli sono riusciti a entrare nel profondo di uno degli argomenti più trattati dal giornalismo spagnolo – e dunque, paradossalmente, tra i più difficili da affrontare -, lasciando emergere aspetti generalmente trascurabili, ma di vitale importanza agli occhi di un’analisi attenta.

Nella categoria Periodismo Digital, ad ottenere il premio è stato lo speciale Los nuevos narcotesoros, pubblicato su Univision Noticias ed elaborato da Gerardo Reyes. Il lavoro, grazie a un ampio repertorio di testimonianze dall’interno, ripercorre il modo in cui “A fuoco e sangue il crimine organizzato ha trasformato le miniere illegali al largo dell’America Latina in una fonte di entrata importante tanto quanto quella della droga”. Il valore giornalistico di questo lavoro sta non solo nella tematica trattata, ma nel modo in cui è stata trattata. Secondo la giuria, “alcune delle testimonianze sono travolgenti per la loro durezza e per aver illustrato l’uso generalizzato della violenza nei conflitti sociali del continente americano”. Il ritmo narrativo del reportage è emotivo, descrittivo e approfondito. Il concetto di giornalismo digitale, inoltre, è completato dall’ampio di uso di video-testimonianze che accompagnano tutta la storia.

La categoria Periodismo Gràfico è stata quella che ha fatto
più discutere.
Nell’epoca dell’immagine digitale e potenzialmente globale, scavalcare i confini della consuetudine è opera pressoché impossibile. Secondo i giudici del premio spagnolo, però, a riuscirci è stato José Palazòn, direttore della ONG per i diritti dell’infanzia Prodein, che ha fotografato i migranti intenti a scavalcare la ringhiera della valle di Melilla mentre alcune persone, di fronte a loro, giocano tranquillamente a golf.
“E’ una fotografia capace di spaccare la struttura abituale delle immagini che si conoscono oggi sulla tematica della migrazione – hanno spiegato i giudici – è dotata di grande senso giornalistico e riflette l’enorme distanza economica, sociale e di aspettative di vita che esiste nei due mondi, il primo e il terzo, tanto vicini geograficamente”.

Infine, per concludere, si è premiato il giornalista distintosi per la propria traiettoria professionale. Con l’unanimità dei giudici, ad aver ottenuto il riconoscimento è il venezuelano Teodoro Petkoff.
Fondatore e direttore della rivista “Tal Cual”, Petkoff è considerato uno dei più influenti politici della sinistra venezuelana. Tra la guerriglia e la lotta comunista (conclusasi negli anni ’90 con un cambio di rotta verso il neoliberalismo) , la sua carriera politica e giornalistica è stata considerata parte di una “coerente condotta di vita”. Una vita spesa inseguendo ideali e sempre al servizio del Paese, sostengono i giudici. Nel ritenere Petkof meritevolte dell’importante riconoscimento, sottolineano la “straordinaria evoluzione personale che lo ha portato, dai suoi inizi come guerrigliero, a trasformarsi nel simbolo della resistenza democratica attraverso le pagine del suo Giornale”. 

Se volessimo leggere tra le righe del premio Ortega y Gasset, secondo me, potremmo affermare che i lavori giornalistici a cui assegna i suoi premi sono esempi non solo per il “lavoratore” della comunicazione, ma anche per il lettore. Quello che ci circonda è un mondo rapido, sempre in movimento, i cui input sono tempestivi tanto quanto le risposte che richiedono. Andare a fondo nel leggerlo è diventata una prerogativa essenziale, se si vuole ancora portare a termine la vocazione originaria del raccontare e interpretare la realtà. E forse, dare un po' d'attenzione in più al buon giornalismo può rappresentare uno dei primi passi nell'ardua impresa del cambiare il mondo.





Giulia Capozzi
@Giulscapozzi

venerdì 3 aprile 2015

[Per Leggere un po'...] "Le Gentildonne. Dopo lo Stalking": una chiacchierata con l'autrice

La fine del libro di cui stiamo per parlarvi è ancora in corso, si trova nell’introduzione. E l’inizio, datato il lontano 2009, rappresenta lo scoccare di un tragitto che nei suoi disperati tentativi di concludersi non ha fatto che incontrare colpi, contraccolpi e contrinui rimandi.
Protagonista è la testimonianza di Marzia Schenetti, reduce di una storia di stalking da parte di quel “Gentiluomo” già narrato in un omonimo libro uscito anni fa. Personaggi principali, oltre alle altre altre donne che assieme a lei prendono parola nel capitolo “Lettere dal fronte”, sono quelle “Gentildonne” che operano nell’ambito del contrasto alla violenza tra reti associative e istituzioni.


“Le Gentildonne”  comincia con la narrazione di quello che significa riprendersi la propria vita se si è una donna etichettata ormai come “vittima”. Vicenda dopo vicenda, passo autobiografico dopo passo autobiografico, raggiunge pian piano tutte le sfaccettature di un mondo istituzionale che l’autrice stessa ha definito una sorta di gioco dell’oca: “Hai presente quando arrivi ad un certo punto del tuo tragitto e pare che all’improvviso devi ricominciare dall’inizio?”.


Ma cominciamo dalla fine.
Stanno uscendo in questi giorni le prime cento copie di “Le Gentildonne”. L’autrice, poco tempo prima della messa in stampa, ha dovuto lavorare al volo su un’introduzione che aggiungesse al racconto una nota più attuale del libro stesso.
Tra la notizia di pubblicazione e la data di uscita, infatti, è intercorsa una vicenda molto importante: la tentata censura del libro da parte di alcune realtà associative.
“Il motivo – spiega Marzia –  è stata l’anteprima del libro lanciata a dicembre su un’intervista, in cui ho preso parola nell’ambito delle vicende di Mafia Capitale, denunciando fatti come la strumentalizzazione che spesso avviene nell’ambito del contrasto alla violenza, gli aiuti che troppo spesso non arrivano da parte del mondo associativo e le carriere che però al contempo ha modo di fare quell’”altro strato” di donne che ci lavora dentro”.

La risposta dell’autrice è stata quella di uscire con queste prime copie in attesa di risposta da parte di altre case editrici.“Ho deciso di aggiungere questa introduzine innanzitutto perché voglio che il lettore sappia che in Italia non c’è libertà di opinione e molto spesso neanche libertà di raccontare la propria storia. Il libro, di cui al momento nessuno conosce il contenuto se non chi ha curato post e prefazione, non parla solo di oponioni, ma soprattutto di storie: la mia e quelle di tante altre donne che nell’ultimo capitolo prendono voce in una serie di lettere”.
Ho chiacchierato un po’ con Marzia, che tra un pacchetto di sigarette e il suo vecchio cagnolone in amore  mi ha raccontato alcuni aspetti di questa storia...



Le Gentildonne racconta molte storie, ma è innanzitutto un viaggio autobiografico. Chi è Marzia?
Marzia è una donna che da quasi sei anni cerca di ricostruirsi una vita “pseudo-normale”, e questo in seguito a una vicenda di violenza e di stalking. Uno stalking che in questi sei anni, tra scomparse e riesplosioni, non mi hai mai abbandonata. Basti pensare che l’ultima conversazione con la caserma dei Carabinieri si è tenuta due giorni fa.
Come tante altre donne, mi sono affacciata più volte e in diversi modi al mondo – non solo quello di richiesta d’aiuto esplicito e immediato - dell’associazionismo e delle istituzioni; ho conosciuto moltissime realtà associative e una miriade di personaggi istituzionali. E nonostante ciò, come tante altre donne mi ritrovo ancora oggi a lottare per ricostruirmi con la difficoltà di chi lo fa da sola: nel momento in cui tu denunci, infatti, non c’è nessuno che ti protegge, tutela, accompagna, sostiene. Che viene con te dal legale o nell’aula di un tribunale. E il percorso che intraprendi è lungo.

Durante questa strada, il mio principale strumento di sfogo e appiglio alla vita è stata l’arte nelle sue varie forme e misure: scrittura, pittura, musica, fotografia. Quella della scrittura, in particolare, ha rappresentato qualcosa di molto importante, perché mi ha portata alla pubblicazione della prima opera “Il Gentiluomo”, con la quale mi sono completamente “denudata” sviscerando anche gli aspetti più difficili della mia storia, rendendo pubblica quella che era la mia vita.
Tant’è che il libro ha raggiunto anche il panorama nazionale: ho partecipato a programmi televisivi sulla violenza contro le donne, sono diventata una storia pubblica.  E nel libro “Le Gentildonne” parlo molto di questo aspetto, perché ho creduto in un primo momento che il “pubblicizzare” la mia esperienza fosse qualcosa di buono. Ho pensato che essere una vittima pubblica potesse garantirmi una sorta di “tutela silenziosa” da parte del mondo che mi circondava. Ma non è stato così: dopo che ti appiccicano l’etichetta della “vittima”, riprenderti la tua vita come donna e come artista è estremamente faticoso. L’etichetta te l’appiccicano lì, e staccarsela è drammatico.
Così, lottando tra ansie e stress, in questi cinque anni ho prodotto libri, opere teatrali, musica, pittura. Tutte cose che potessero darmi il senso della vita.
La ricostruzione può essere una cosa altamente positiva, soprattutto se avviene con strumenti che non sono valium e analisi di cinque o dieci anni, ma il fare le cose per se stessi. Dall’altra parte della medaglia, però, c’è l’amara nota di dover fare questa cosa in uno stato di completo abbandono da parte della “grande macchina” associativa e istituzionale di contrasto alla violenza.


Bene. Partiamo dal principio: cos’è lo stalking? Come comincia la sua percezione e come prende forma nel tempo?
Io credo che lo stalking sia un fenomeno ancora veramente poco conosciuto. Ieri al telefono con una mia amica le raccontavo che in questa fase della mia vita non è che io abbia più paura, sono in ansia. Lo stato dello stalking è uno stato che ti lascia il più delle volte in stati di ansia e stress e in una continua sensazione di controllo e persecuzione. Senti di essere una preda, e non solo una preda fisica: il punto, infatti, non è esclusivamente la possibilità di essere assalita da un momento all’altro da parte dello stalker (cosa che peraltro succede pure spesso), ma già il fatto che sentirti spiata, pedinata in ogni cosa che fai, condizionata perennemente da una persona che ti sta col fiato sul collo, ti cambia completamente l’esistenza. Ti condiziona a tal punto da non permetterti più di condurre una normale quotidianità. Ho fatto questa premessa perché spesso si tende a confondersi tra la violenza domestica, quella che avviene durante una relazione, e quest’altro genere di violenza.
La forma di stalking più comune è quella dovuta alla fine di una relazione e dalla sua non accettazione da parte di un partner, e comincia con una serie di atti persecutori come sms, minacce per e-mail, telefonate la notte, pedinamenti, diffamazioni nei luoghi tramite gli amici che tu frequenti e altre azioni che vanno a condizionare la tua vita .

Nel mio caso, gli atti persecutori sono cominciati nel momento in cui ho deciso di chiudere la relazione, che aveva già visto numerose forme di violenza fisica, economica e psicologica.
Ma va anche detto che lo stalking è una violenza che si può riscontrare anche in altri ambiti, come il lavoro, le amicizie, il vicinato e può colpire senza distinzione di genere e di ruoli.


Il sottotitolo del libro è “dopo lo stalking”. E dopo lo stalking?
Premessa: quando vieni da una situazione come la mia, ovvero da una relazione violenta,  la tua autostima è sotto i piedi. Devi fare i conti con i sensi di colpa, con la vergogna. Ti chiedi continuamente “Ma tu dov’eri?”.
In questo stato, quando ti trovi a dover affrontare la tua ricostruzione, parti con l’idea che in seguito alla denuncia ci sarà l’associazione che ti aiuterà con le denunce, nelle aule dei tribunali, con il lavoro. Ma in realtà di tutto questo c’è ben poco, e ti ritrovi con l’autostima che si abbassa di giorno in giorno in maniera tremenda. Non riesci a tracciare un futuro, non hai gli strumenti per farlo!
A maggior ragione, poi, se provi a fare delle piccole cose e queste cose vengono completamente snobbate, è ovvio che questo è ancor più violento!

Per dirtene una, fin da quando abbiamo iniziato a scrivere l’opera teatrale “Evil, il Recital” - due anni prima della messa in scena -  penso di aver scritto a una cinquantina di associazioni e una ventina di persone istituzionali. Non chiedevo aiuti in contributi, ma ingenuamente mettevo l’opera a disposizione delle associazioni per  aiutale a raccogliere fondi. Il valore del coinvolgere donne vittime di violenza in un’iniziativa artistica era per me assoluto. E il fatto che questa proposta non sia stata considerata, la dice molto lunga su tutta la questione! Se io mi propongo come vittima vado bene, se rappresento qualcuno che vuole mettersi in gioco, questo non va più bene...
Ho avuto poi bisogno di essere indirizzata nel lavoro, verso un posto dove potermi appoggiare e negli spostamenti da effettuare in un periodo in cui mi sentivo particolarmente in pericolo, e quindi mi sono rivolta a una serie di figure istituzionali che peraltro mi conoscevano molto bene, chiedendo se potessero aiutarmi. Risultato: rimandi su rimandi, un’associazione mi mandava da quella presso cui ero già stata, il giro dell’oca. E l’unica risposta che mi sono sentita dare dopo mesi di contatti con uffici di zona, provincia e assistenti sociali, è stata che mi sarei potuta iscrivere ad un ufficio di collocamento!
Risposta particolarmente emblematica, se si considera che io, come molte altre donne, all’ufficio di collocamento mi ero già iscritta nel lontano 2009.


E qui devo fare una precisazione: secondo le statistiche date dalle associazioni stesse,  il ben 70% di coloro che si rivolgono ai centri antiviolenza,  è composto da italiane di cultura medio-alta e provenienti da ceto medio. Qual è il valore aggiunto del contributo di queste realtà associative? Non sono risposte banali, quelle che suggeriscono di intraprendere un percorso psicoterapeutico ed iscriversi a uffici di collocamento?
Come è possibile non capire quanto sia mortificante ricevere risposte di questo tipo o brochure da mettere in tasca?
L’aiuto che deve ricevere una donna nel momento in cui chiede aiuto ad una rete di associazioni ed istituzioni deve essere concreto. E questa concretezza, il mondo di contrasto alla violenza non è riuscito a garantircela.


Seguendo il tuo discorso, percepisco come una sorta di “svalutazione” della vittima da parte di queste persone. Sbaglio?
La risposta potrebbe essere il fatto che non siano preparate. Ma potrebbe essere anche che nonostante siano preparate e lo sappiano benissimo che effettivamente non è “producente” risolvere i problemi.


È proprio da qui che parte la prossima domanda: quando si parla di contrasto alla violenza si dovrebbe parlare di volontariato, ma nel libro si prova a spiegare che non è sempre così. Ti va di farci una panoramica di quella che è a tuo avviso la situazione “carrieristica” in questo mondo?
È un ragionamento molto, molto complesso. Diciamo che i centri antiviolenza sono nati molti anni or sono sotto l’aura del volontariato. Ciò che mi disturba è che si continua a usare questa parola sfruttando un concetto che non è più la realtà: i volontari ci sono, si, ma rappresentano una netta minoranza rispetto a quella che è diventata una realtà stracolma di strutture quasi aziendali. E tutto ciò, ripeto, nonostante si parli di Onlus.
Io non sto contestando il fatto che una persona venga pagata per il lavoro che svolge, anzi. Ma questo, visto che le associazioni Onlus utilizzano fondi pubblici, dovrebbe implicare la massima trasparenza. Trasparenza che però non c’è! I bilanci di queste associazioni non sono pubblici. Quello che occorre sfatare è il mito secondo cui le donne che operano all’interno di questi centri lavorino senza percepire denaro in nome della causa. Non è così: alcune di queste donne, sul contrasto alla violenza ci hanno costruito la propria carriera...


Un’altra grande forma di discriminazione all’interno di queste associazioni, poi, è il fatto che non è assolutamente contemplata l’idea di fare entrare come volontarie anche le ex vittime di violenza e tantomeno di intavolare confronti. E ciò,  mi porta a fare un ragionamento molto più ampio, per così dire sociale: mi viene da pensare a “strati di donne”. Come se le donne proletarie possano avere relazioni solo con donne proletarie, le donne borghesi solo con donne borghesi e le donne vittime solo con donne vittime.
Tradotto: mi viene da pensare che questa capacità di dialogo con le donne sia in realtà una grande bufala, perché non esiste dialogo tra donna ex vittima di violenza e presidente di un’associazione. Anzi, il dialogo esiste, ma io devo restare una vittima e lei una presidente.

Sulla base della tua esperienza, cosa ti aspetteresti da un centro antiviolenza?
Secondo la mia esperienza e secondo l’esperienza di tante altre donne con cui ho condiviso storie, quello che sicuramente pesa di più è l’assenza di aiuto da parte delle associazioni dopo la denuncia e durante tutta la vicenda processuale.
Coloro che denunciano  entrano nelle aulee del tribunale  non da vittime ma da colpevoli. E ciò che succede lì dentro è una cosa a mio avviso tragica. Io inviterei le persone a partecipare ogni tanto a qualche processo...
Al di là delle lungaggini, il costo che ha un processo sulle energie di una persona è altissimo, sia i giorni prima che quelli dopo! E se pensi che le azioni dei primi centri antiviolenza sono partite negli anni Settanta andando proprio in massa ai primi grandi processi (come ad esempio il caso dello stupro del Circeo), oggi questa cosa non c’è!

Ciò che a mio avviso sarebbe giusto e logico – anche perché spezzerebbe delle catene assurde di giochi, ballottaggi e tempi, è che l’associazione si prendesse carico delle vicende processuali e seguisse le vittime nei processi. I balli in piazza il 25 di novembre non cambiano la vita alle donne che hanno da ricostruirsi e da fare questo calvario giudiziario. C’è bisogno di presenza concreta. Questo, io, mi aspetterei e mi aspettavo anni fa.

Hai vissuto sulla tua pelle il prezzo della vittimizzazione. Cosa ne hai imparato? E come va affrontata l’assistenza a una donna?
Secondo me la vittimizzazione è un altro grosso dramma, perché o lo vivi male come l’ho vissuto io, addannandoti per uscire dall’etichetta e vederti riconosciuta come donna, come storia, come lavoro e non solo come vittima; oppure, peggio, rimani “impiantata” lì con tutta la drammaticità della rabbia e dell’incomprensione.
A mio avviso, un modo fondamentale sarebbe innazitutto ascoltare le persone, e non strumentalizzare tutto ciò che può tornar utile ad un’eventuale istituzione, associazione o persona, ma ascoltare il loro bisogno. Nel momento in cui ascolti le necessità, sai anche quali sono i punti fondamentali per far si che in questo specifico caso una donna possa ricominciare a camminare da sola, a ricostruirsi piano piano la serenità. E quindi si parte innanzitutto dall’aiuto nell’ambito del lavoro ( e del reintegro al lavoro delle vittime di violenza, fino a un anno e mezzo fa, non se ne parlava neppure! Se ne inizia a parlare ora, e nei termini che spiego all’interno del libro). È ovvio che quando una donna scappa di casa, da un uomo o da una situazione difficile abbia dei problemi economici. A me una volta è stato risposto “noi associazioni non siamo tenute a tenere fondi per le vittime”, e questa la ritengo veramente una brutta risposta: quello dell’aiuto economico dovrebbe essere il primo punto su cui lavorare per aiutare una donna a riprendersi la propria dignità. Se posso dirlo, quello a cui io ho maggiormente fatto caso è che in molte di queste realtà associative, la preoccupazione principale di queste donne sia quella di avere dei bei tappeti firmati! Quando uso la parola “demagogico” io intendo un po’ questo: l’incapacità di individuare il bisogno effettivo della donna o nei casi peggiori di avere priorità lontane dalla risoluzione dei bisogni delle vittime.

A chi consigli la lettura di questo libro? e perché?
Io principalmente la consiglio alle donne che me l’hanno censurato. Innanzitutto perché hanno tentato la censura senza neanche conoscerlo, e poi perché fondamentalmente è un libro che parla d’amore!
Il concetto d’amore, loro dovrebbero saperlo meglio di me, è basato sui conflitti e sulle diversità, sulla volontà di dialogare per comprendere quel che non si è afferrato dell’altro. Il libro, con tutta la consapevolezza del fatto che poteva essere provocatorio e far discutere, è partito con la volontà di cercare un dialogo. L’obiettivo principale è aprire un canale tra quelle che sono le necessità di chi si rivolge alle istituzioni e alle associazioni e l’orecchio un po’ “ottuso” di queste ultime.
A doverlo leggere, dunque, sono innanzitutto le figure  che a vario titolo si occupano del contrasto alla violenza. La narrazione è semplice, racconta anche fatti della quotidianità, che seguendo alcuni vissuti provano a dare un’idea di come le vicende in cui può incappare una donna lungo questo percorso siano spesso assolutamente paradossali.





Intervista di Giulia Capozzi
@Giulscapozzi

venerdì 27 marzo 2015

[NarrAzioni ] - Nasce "Graphic News", e il fumetto si incrocia col giornalismo


 Il giornalista del ventunesimo secolo è costretto a fare i conti con un mondo vario, relativo, continuamente soggetto a narrazioni e veloce come mai lo è stato nella storia. Gli strumenti che può usare per raccontare la realtà che lo circonda, però, si sono a dir poco moltiplicati. Ed è da questa varietà che spesso nascono le vie più affascinanti e creative di fare newsmaking.

Su una scia che sembra prendere le mosse da Zerocalcare e in una forma di divulgazione che pare simile a quella adottata dall’eroina in hijab Qahera, un gruppo di giornalisti e disegnatori con sede a Bologna lancia oggi un modo di fare giornalismo del tutto nuovo in Italia. Intraprende una via che è frutto di un anno di lavoro, riflessioni, prove. Lancia ai milioni di possibili lettori del web un punto di partenza per storie che, a partire dal legame che hanno con i loro autori, proveranno a raccontare cultura, news, economia, scienze e sport attraverso l’arte del fumetto. Nasce Graphic News.

Gli autori con cui si comincia sono sei, e ognuno di loro ha realizzato per il lancio del sito una storia che lo coinvolgesse e appassionasse: “Da loro abbiamo ricevuto idee  -  spiegano gli ideatori – a loro abbiamo proposto idee. Gli abbiamo chiesto di recarsi sui posti che avrebbero poi disegnato, di parlare con le persone, di studiare a fondo un argomento o un personaggio. In poche parole insieme a loro abbiamo creato il nucleo di quella che pensiamo sia a tutti gli effetti una redazione”. 

Il lancio della piccola “testata” avviene oggi, e comincia il suo tragitto con ben nove storie che attraversano temi delicati, spesso poco affrontati. Che si prestano al disegno proprio per la prudenza di cui necessitano nell’essere riportati.

La prima, prodotta dalla fumettista Francesca Zoni, si chiama “Povere Veneri” e raccoglie le parole delle prostitute delle strade di Bologna. La disegnatrice si è letteralmente “infiltrata” nel loro mondo per raccoglierne criticità e caratteristiche, ed ha restituito ai lettori una storia trattata con “estrema delicatezza: senza mostrare i loro volti ma usando il disegno per raccontare la loro condizione”.
“Gli ultimi manicomi”, di Emanuele Racca, si apre invece come una sorta di introduzione al tema degli ospedali psichiatrici giudiziari: luoghi che si pongono in una posizione per così dire “ibrida” (tra il manicomio e il carcere) e che il governo ha promesso di chiudere entro la fine di questo mese. Il disegnatore ne ha sviscerato l’evoluzione nel tempo, e attraverso il disegno ha provato a raccontare il modo in qui questi sono nati e cambiati gettando anche un  occhio sulla campagna “Stop Opg”.

Poi la narrazione culturale: con “Ercolano, USA”, la fumettista Cristina Portolano si è cimentata nella prima trasferta redazionale per raggiungere i piedi del Vesuvio, dove gli scavi di Ercolano, ben mantenuti da una fondazione statunitense, non lasciano trasparire i problemi che vivono gli abitanti della zona.
Dall’underground, poi, si passa alla narrazione della realtà che ci circonda in maniera più trasparente: a ritrarla è Giulia Sagramola, che con la storia “Giovani, carini e tartassati” ha messo in luce il complesso tema del fisco e delle partite Iva per i giovani di oggi, raccontando le verità dell’associazione dei freelance Acta.

Le altre storie che appartengono al lancio di Graphic News si articolano tra il racconto di fatti per così dire scientifici, come i disturbi legati al sonno (raccontati da Pietro Scarnera); storie di Ultras che mettono su squadre di terza categoria (di Brochendors Brothers), e esperimenti come quello di Marco Garofalo, in cui si prova a metter su quella che potrebbe essere un’intervista a fumetti montando frasi e poesie di Charles Bukowski, “da cui secondo noi emerge tutta la disperata vitalità dello scrittore americano”. 
Infine, la prima rubrica che punta all’internazionalizzazione del lavoro di questa ancor piccola redazione: “Gaza Start”, introdotta da Gianluca Costantini con l’obiettivo di riportare su Graphic News alcuni disegni che nascono dal progetto “Political Comics”.

Secondo i realizzatori del progetto, queste nove storie rappresentano le varie direzioni su cui si muoverà la testata a partire dalle prossime pubblicazioni: l’esperimento vuole unire in questa rinnovata modalità di fare storytelling non solo reportage, “ma anche opinioni, rubriche, infografiche, tutte realizzate a partire dal linguaggio del fumetto”.
Graphic News nasce dalle menti di Pequod, cooperativa di 4 ragazzi tutti provenienti dal mondo del fumetto, del giornalismo e della comunicazione, e dall’Associazione Miranda di Ravenna, che da anni rappresenta un importante punto di snodo per i disegnatori da tutto il mondo. L’occasione per i ragazzi di realizzare quello che oggi è il sito, però, nasce dalla vittoria del bando “Culturability- fare insieme” della cooperativa della Fondazione Unipolis, destinato agli under 35 che vogliano sviluppare un’impresa nel settore culturale e creativo.
“L’obiettivo – spiega il fumettista Pietro Scarnera a Redattore Sociale – era quello di creare fumetti che fossero adatti a essere letti su web, attarverso tablet e smartphone. E abbiamo scelto due formati di lettura, le slide e lo scroll”.

In molti parlano di come il mondo di fare informazione stia cambiando e di come i suoi mezzi, soprattutto grazie ai nuovi formati del web, si stiano completamente rinnovando. Il punto di forza di Graphic News, a mio avviso, è la possibilità che questo apre anche ai più giovani e “disattenti” di conoscere temi delicati come quello della prostituzione, del sociale e della politica internazionale. Ma anche, allo stesso tempo, l’universalità del target a cui può essere rivolto.

L’obiettivo dei creatori è quello di metter su nel tempo un vero e proprio gruppo redazionale. Si cercano autori e collaboratori, ma anche persone che abbiano storie interessanti da raccontare. L’auspicio è quello di riuscire ad aggiornare il sito almeno una volta a settimana, e intanto si parte con le prime nove storie, con la prima dimostrazione di come questo “dialetto ibrido” del fare giornalismo possa agire e interagire con l’astratta figura del lettore del web.



Giulia Capozzi
@Giulscapozzi


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