sabato 1 novembre 2014

#Unlibroèunlibro: la protesta contro l’apartheid degli e-book



L’apartheid

Nonostante gli ultimi tre anni abbiano visto una crescita esponenziale delle case editrici digitali, le politiche Iva in materia e-book non riescono ancora ad adattarsi a questa rivoluzione editoriale: il decreto cultura firmato da Dario Franceschini nella prima settimana di giugno, infatti, ha stabilito che l’Iva sugli e-book è al 22%, in quanto il prodotto editoriale digitale, al momento, è ancora considerato come un mero supporto multimediale. E questo, di fronte al 4% di imposta previsto per l’editoria cartacea, non può che rappresentare uno svantaggio per le piccole case digitali nascenti.
L’Associazione Italiana Editori fa da tempo pressione su Franceschini perché incrementi – e magari concluda – un dibattito con le istituzioni europee sul tema. E secondo il suo presidente Marco Polillo questa disparità è una vera e propria azione discriminatoria nei confronti degli e-book.

#Unlibroèunlibro

A ottobre, in un intervento alla Fiera Internazionale del Libro di Francoforte, Polillo aveva affermato che continuare a considerare il libro elettronico al pari di un servizio digitale “è una scelta che penalizza la diffusione della cultura e lo sviluppo della lettura”, sottolineando poi che l’obiettivo dell’Aie per le prossime settimane sarebbe stato quello di riconoscere che un libro è un libro, lanciando la più conosciuta – e controversa - tipologia di protesta online degli ultimi tempi: l’hashtag.
Così, #Unlibroèunlibro ha finalmente preso il via: ieri
mattina, da un omonimo account Twitter creato proprio dall’Associazione, ha iniziato a crescere questa piccola mobilitazione di “mangiatori di e-book”, che a suon di fotografie con il pollice in “thumbdown”  hanno argomentato la propria avversione alla “discriminazione contro la lettura digitale”.


Un buco nell’acqua

L’ultimo dialogo più o meno conclusivo a livello europeo su questa problematica c’è stato lo scorso 24 settembre a Torino, durante il vertice informale dei ministri della cultura Ue. Franceschini, in occasione del tavolo, aveva affermato in un’intervista che considerare l’e-book come un videogioco “è una cosa assurda” e che avrebbe proposto ai colleghi europei l’impegno per superare questo stallo entro  il vertice comunitario di novembre, in modo da portare una posizione comune e cancellare la disparità. Ma il dibattito non è stato semplice, e  nello specifico del contesto italiano sono sorte una serie di difficoltà: “Nel Bel Paese non si può ridurre l’Iva dal 22 al 4% - ha spiegato Franceschini in seguito all’incontro  - perché l’Aliquota del 4% è già in deroga rispetto all’Europa. Si potrebbe al limite pensare di portarla al 5, ma riteniamo ragionevole ipotizzare di portarla all’aliquota superiore, quella del 10%. Abbiamo però deciso di non farlo, perché al momento non vogliamo seguire la strada di Francia e Lussemburgo, andate incontro alla procedura di infrazione”.

Un nulla di fatto, dunque. Un buco nell’acqua che per l’ennesima volta tace di fronte alla crescita dell’imprenditoria culturale – e non solo – italiana ed europea. Forse è solo una fase di transizione che si concluderà. O magari la forte pressione delle grandi case editrici che tentano di porre un freno al collasso della carta tarderà il concretizzarsi di questo passaggio.
Il fatto resta uno: negli ultimi tre anni l’Italia ha perso oltre tre milioni di lettori e circa quattro milioni di acquirenti di libri. La crescita progressiva dell’infrastruttura digitale porterà all’inevitabile digitalizzarsi delle prossime generazioni e in un futuro molto vicino, promuovere la lettura, significherà soprattutto

adattarsi ai nuovi formati multimediali.
Fate un po’ voi. Personalmente, resto dell’idea che #unlibroèunlibro.




Giulia Capozzi
(@giulscapozzi)

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