giovedì 5 novembre 2015

[Arte] - 1800: La rivalutazione femminile di un secolo


È inutile negare, il panorama artistico in cui viviamo ci costringe all’adorazione di un’arte contemporanea spesso incomprensibile e strettamente dipendente dal mercato.
Il pubblico fatica a una prima occhiata a comprendere cosa si trova davanti e perché.
Il museo, che dovrebbe aiutarci a capire - almeno in parte - i meccanismi dell’oggi, al contrario, con le sue mostre temporanee su singoli artisti o movimenti (Andy Warhol, Monet, Munch, Impressionismo, Espressionismo, Futurismo…) contribuisce a creare nella testa dell’ignaro visitatore, inutili confini e compartimenti stagni, spesso a braccetto con l’idealizzazione del ‘900, un secolo che per quanto importante, non è stato forse così centrale.
Mi spiego meglio, non intendo svalutare un’intera storiografia, solo sottolineare che l’arte non è fatta di categorie, né tanto meno di nomi.
Anzi è bene ricordare che gli appellativi di numerosi movimenti artistici sono stati cuciti addosso da critici e studiosi solo a posteriori, spesso con intenti non proprio adulatori. Come mi sembra corretto portare alla luce una domanda interessante:
Cosa ci è stato raccontato del 1800?
Immagini e parole schizzano a caso nella testa. Rivoluzione industriale. Fotografia. Cinema. Impressionismo….e poi?

Possiamo dire che l’Ottocento è un secolo largamente studiato, ma non altrettanto “mostrato”.
Eppure l’età della borghesia e del capitalismo industriale trasformò società e cultura non solo attraverso la parola, ma anche e soprattutto attraverso le immagini, costruendo un serrato modello familiare mononucleare che condizionerà per sempre la nostra visione dei rapporti uomo-donna e soprattutto la posizione del sesso femminile.
Approfondiamo.
L’Ottocento eredita dal secolo precedente un’apertura di costumi nuova e inattesa, che cerca di domare creando una netta sessualizzazione degli spazi.
Designate ‘Angeli del focolare’, le donne vengono costrette padrone della casa, educatrici, amministratrici, in opposizione alla naturale libertà che viene conferita all’uomo, unico soggetto razionale e universale che si muove nella città nascente. Le donne vengono descritte come esseri istintuali, incapaci di autodeterminazione, bisognosi di tutela, necessari solo in quanto potenziali madri e custodi dei futuri cittadini della patria.
L’ideale di bellezza gioca un ruolo chiave in questa forma dissimulata di oppressione fisica e mentale, spingendo la donna verso una grazia forzata, che legittima l’artificio ed esorta alla civetteria. Fisionomia e anatomia vengono sollecitate con subdola attenzione, attraverso moda, pubblicità e ginnastiche correttive che indirizzano verso una postura corretta, un abbigliamento conveniente, uno stato d’animo equilibrato. Principale strumento di contegno è il corsetto, che seppur criticato si diffonde velocemente. 
Deformazione da corsetto 
Pubblicità del corsetto, 1800
In questo contesto sociale fortemente connotato sessualmente, emergono nuove figure femminili (omosessuali, travestite, intellettuali, pittrici, ballerine, attrici, prostitute, cantanti...) dotate di caratteri considerati prerogativa maschile, che si espongono come figure in grado di sfidare il sistema. 
G. Courbet, Le dormeuseus, 1866
H. T. Lautrec, L'abandon ou les deus amies, 1895

F. Von Stuck, Il peccato, 1893
Distante dal modello di donna borghese della prima metà del secolo, queste donne rifiutano l’assoggettamento a loro imposto e si muovono liberamente nello spazio pubblico, denigrando con la loro emancipazione lo sguardo maschile.
Spesso sono artiste, scrittrici, sportive, donne che entrano con forza nella pittura dell’epoca, che rompono con il tradizionale ambito sociale ed erotico a loro assegnato, esplorando nuove fantasie, credendosi e mostrandosi esseri desideranti. 
O.Zwitschrer, Oro e madreperla, 1909


Nell’ultimo decennio del secolo, all’immagine di un universo maschile degradato, fragile ed essenzialmente passivo e narcisistica (ideale sostenuto dagli stessi dandy, primi tra tutti i romanzieri Huysmans e Wilde e l’illustratore Beardsley), la cultura pittorica decadente contrappone un modello di donna che sembra possedere, nel bene e nel male, quell’energia ormai sconosciuta agli uomini.
Nascono immaginari che offrono personaggi femminili ossessivi e dominanti, sui quali la cultura vigente - consciamente e inconsciamente - carica tutte le repressioni di un’epoca ormai disillusa.
Testimonianza di questo periodo sono la raffigurazione della donna virilizzata (barbuta, androgina, travestita, lesbica...), la donna vampiro o cannibale (incantatrice e assassina di uomini) e la donna fatale (autoreferenziale e sublime).
La diffusa misoginia del 1800 si rivela dunque paura e incapacità di elaborare una gestione della pulsionalità femminile, che si fa per la prima volta nella storia autonoma (e prima spinta verso l’emancipazione che avverrà nel’900), eversiva e pertanto minacciosa agli occhi dell’uomo-artista, abituato a un’indiscussa priorità in campo sociale, artistico e sessuale. 
E. Schiele, Nudo femminile, 1914

Greta Plaitano

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