martedì 20 ottobre 2015

[Interviste fotografiche] - Tra i segreti di un urbexer: una chiacchierata con Chris Morri

“Lasciate solo impronte, prendete solo emozioni...”




 LUrban  Exploration, o Urbex, o esplorazione o arrampicata o ancora speleologia urbana, consiste nella scoperta, conoscenza ed esplorazione di vecchi edifici, rovine o luoghi abbandonati e nascosti dell’ambiente urbano che ci circonda. Elementi fondamentali di questa attività sono fotografia e documentazione storica, e attorno alle sue regole, ai suoi obiettivi e ai suoi valori si riuniscono oggi comunità internazionali che coinvolgono milioni di persone.
In Italia, la più grande associazione che si occupa di Urban  Exploration è il P.L.A.I. (Posti e Luoghi Abbandonati Italiani), e per infiltrarci meglio in questo mondo, che trova la sua quintessenza nella bellezza e particolarità dello scatto fotografico, abbiamo deciso di intervistare Chris Morri, il suo fondatore...



Presentati in via generale: chi sei? Dove e quando nasci? Qual è il percorso esperienziale (o di studio) che ti caratterizza come fotografo?
Allora allora.. mi presento.. 
Mi chiamo Chris Morri, classe ’76, e sono nato in questa ridente cittadina piena di storia, ops abbandono, che è Pesaro, in cui risiedo tutt’ora e in cui resterò finchè non porterò a termine alcuni progetti che bollono in pentola sulla sua storia!
Come la maggior parte dei fotografi, anche per me la passione nasce da piccolino, quando trascorrevo i weekend col mio vecchio a scattare foto in giro per la provincia; negli anni non ho mai smesso di coltivarla: dapprima con l’attrezzatura di mio padre, poi con la mia prima fotocamera, una modesta Minolta 404si, e infine passando al digitale ed ampliando il corredo con diversi corpi e obiettivi.
Fotografare per me resta sempre un modo -forse il migliore- per fissare i ricordi; e visto che sono uno smemorato, un’occasione per mettere dei promemoria nella mia vita. 

Per quanto riguarda la “scuola” , sono sempre stato un autodidatta: non amo le lezioni e l’imparare dagli altri, quindi per me è  stata una continua scoperta sia l’uso pratico dell’attrezzatura che la tecnica per poterla adoperare... internet è una fonte inesauribile di informazioni!

 Sono alcuni anni, ormai, che ti dedichi completamente all’Urbex. Quando e in che modo ti approcci a questa branca della fotografia e al suo mondo? Quali persone, quali stimoli e incontri ti portano a volerti avventurare tra gli spazi dimenticati delle giungle urbane?
Anche la passione ‘urbex’ è nata da piccolo, solo che a quei tempi si chiamava curiosità di entrare nei posti dimenticati e scoprire se ci fosse ancora qualcosa dentro. Poi questa curiosità si è trasformata nel voler documentare il cambiamento intorno a me: la vecchia casa demolita che fa posto a un palazzo moderno, o il campo incolto trasformato in centro commerciale... era un po’ come far conoscere il passato alle nuove generazioni. Chi non ha mai sentito dire dai propri nonni o genitori:  vedi, lì una volta c’erano solo campi.. al posto di quel palazzo c’era una villa… ?
A partire da questa nostalgia ho iniziato a fotografare il passato, le vecchie case, i ricordi, il tempo che fu di oggetti e luoghi ormai dimenticati. Forse con una vena romantica, con la speranza che un giorno le mie foto serviranno a ricordare quello che non c’è più... chissà!

Più tardi ho scoperto che questa insana curiosità si chiama ‘Urbex’,un termine che odio profondamente: Urban Exploration vuol dire tutto e niente, ma vanta una comunità non indifferente di adepti. Così, da bravo neofita, sono entrato in questo mondo imparando sulla mia pelle le regole che lo guidano, conoscendo altri esploratori ed affinando la tecnica. 


Lo stimolo più grande è quello di entrare in luoghi per la prima volta dopo anni, riscoprire spazi dimenticati, trovare stanze ancora perfettamente arredate come se fossero congelate nel tempo. Una su tutte: un maglificio sperduto in mezzo ai monti chiuso nei primi anni ottanta: dopo 35 anni siamo stati i primi a rimetterci piede per la prima volta! Difficile descrivere le emozioni del momento in cui si scopre un luogo appartenuto al passato e mai documentato prima.

Le persone che compongono il mondo urbex sono molto sui generis: è davvero difficile trovare una persona sana con questa passione. Quale uomo o donna normale impiegherebbe i weekend o il proprio tempo libero per avventurarsi tra sporco, polvere, ragnatele, e quanto di peggio si possa trovare in questi posti? E forse è proprio questo il bello di questa comunità. Puoi trovare l’impiegato comunale, il borderline, il fighetto.. e tutte quelle persone che durante il giorno vestono tutt’altri panni!

Sei il fautore di un ambizioso progetto, il P.L.A.I. (Posti e Luoghi Abbandonati Italiani), dietro cui si cela una rete molto intensa e legalmente riconosciuta. Parlacene meglio: quali sono i suoi fini? E in che modo è strutturato il rapporto tra le persone che lo compongono?
Il P.L.A.I. (che ha un blog  e una pagina Facebook) è nato alcuni anni fa, quando mi sono accorto che su facebook non esisteva un vero gruppo italiano che riunisse noi appassionati... Fa strano ripensare a quei giorni, quando si scommetteva di non raggiungere nemmeno i mille membri. Ora siamo più di diecimila!
Volevo dare al gruppo un nome che fosse il più semplice e riconoscibile possibile, senza equivoci. L’acronimo è stata dunque una cosa casuale, e solo in un secondo momento, quando ho pensato se avesse un senso o meno, mi sono accorto che lo slogan “PLAI (non ‘Y’) with us” un senso ce l’aveva.. ed era molto azzeccato! 

Così il piccolo gruppo di amici piano piano è diventato sempre più numeroso, è cresciuto di importanza cambiando di anno in anno i propri fini: all’inizio la voglia di fotografare questi posti, poi un’associazione che si pone lo scopo di documentare, storicizzare e valorizzare il nostro patrimonio, che non è costituito solo da monumenti ‘classici’ e luoghi  conosciuti da tutti, ma anche dal passato dimenticato da molti: opere di valore lasciate a marcire, palazzi storici, edifici... 
A guidarci forse è anche la presunzione di volerli salvare, restituire al popolo e magari usufruirne ancora prima del loro definitivo declino.

Proprio questi giorni stiamo collaborando con una associazione di Palermo per il recupero e valorizzazione di alcuni edifici storici tramite un evento nazionale e contest sui principali social, mentre si spera che entro l’anno riusciremo ad organizzare un evento proprio a Pesaro per la rivalutazione di alcuni edifici storici dimenticati della città in collaborazione con docenti, storici ed esponenti politici, e per far questo è stata costituita un’Associazione Fotografica Culturale con tanto di soci/tesserati (credo la prima del genere) riconosciuta legalmente.   Comunque, ci accontentiamo spesso anche di far conoscere il fascino della rovina e del mistero che si cela dietro ad un muro con delle semplici fotografie.


  L’urbex ha da sempre regole non scritte (non rubare, non vandalizzare, non arrecare danni…) che con il PLAI ho voluto rendere scritte e ‘ufficiali’. Chi ne fa parte sa che ci sono regole ben precise: sono bandite le condivisioni pubbliche di informazioni che possono identificare un posto, ogni azione atta a recar danno ai luoghi è perseguita e soprattutto mai chiedere dove è stata scattata una foto: innanzitutto perché il vero urbexer le location se le trova da sé, e ne va fiero; in secondo luogo, perché difficilmente le condividerà con il primo arrivato (vandalo o fotografo che sia). Di conseguenza il rapporto con gli altri è sempre di rispetto reciproco, controllo sui luoghi e fiducia nel creare gruppi di esplorazione.

Passiamo al sodo: come è strutturata l’ “uscita tipo” di un urban explorer? Da dove si parte, attraverso quale itinerario si arriva tra le mura dell’edificio  “protagonista” dello shooting? Esistono regole fondamentali da dover rispettare prima, durante e dopo l’uscita?
L’esplorazione tipo parte sempre dallo studio del luogo: una volta individuato (su Maps, per passaparola o per caso, magari passandoci davanti) è sempre buona norma documentarsi , almeno per evitare sgradite presenze e per avere un’idea su cosa si troverà. E’ comunque meglio avere sempre in mente il decalogo!

Nel tempo ho notato che ogni esploratore ha un suo modo di esplorare, e personalmente dopo essermi documentato valuto sempre sul luogo come e dove entrare, e una volta dentro vado sistematicamente di stanza in stanza ad immortalarne ogni singolo centimetro. Chi mi conosce sa della mia passione per le ragnatele e i dettagli, che mi rubano sempre buona parte del tempo. Anche se è sconsigliata dalle regole, io preferisco fare sempre una visitina solitaria, perché è l’unico modo che ho per ascoltare il luogo: mi siedo in silenzio e ascolto quello che i muri  hanno ancora da dire, ciò che dovrò  fotografare per i posteri.


Una delle regole fondamentali è quella di non toccare niente, non spostare e non rubare. All’uscita tutto deve essere come è stato trovato all’entrata. Quindi anche il forzare porte o finestre è bandito (anche perché si incorre in denunce). Fa’ parte del gioco macinare chilometri per poi trovarsi una porta chiusa e tornare indietro.
Ma, una volta rispettati ‘i comandamenti’ dell’urbex, ognuno ha il suo stile e il suo modo di rappresentare il luogo una volta tornato a casa: chi predilige la documentazione nuda-e-cruda, chi la post-produzione artistica, chi quella ‘drammatica’ o romantica; io preferisco quella ‘emozionale’,in cui lo spettatore si immedesima nel luogo. Spesso lo scatto diventa un momento ‘intimo’ tra me e l’edificio, in cui non deve esserci nessun altro. Odio profondamente le gite , quelle in cui devi far la fila per fotografare.

L’urban explorer è lupo solitario o preferisce muoversi col suo gruppo?
Una regola vera e propria non c’è sul numero di partecipanti: l’esperienza insegna che bisogna essere minimo in due ma non più di quattro. Se devo fare un sopralluogo preferisco essere un lupo solitario, in modo da poter studiare e preparare la visita vera e propria e per evitare eventuali problemi ai compagni .

A livello tecnico, quali sono gli strumenti di cui non si può fare a meno per lavorare in maniera efficace?
A livello tecnico, escludendo la dotazione optional come il cellulare, sono fondamentali cavalletto e un buon faretto, o torcia elettrica; un paio di obiettivi luminosi (un grandangolo e medio-tele per i dettagli) e sempre batterie di scorta!

La tua è una passione che comporta diversi rischi. Quali sono quelli che ti senti di definire come i più rappresentativi?
I rischi maggiori sono quelli legali: Denunce per violazione di domicilio, effrazione, perché qualcuno che sfonda le porte c’è sempre, o il ritrovarsi in luoghi sotto sequestro;  in loco, invece, i rischi maggiori sono quelli dovuti alla disattenzione, come camminare su un pavimento marcio o sotto un tetto pericolante.

L’esplorazione urbana si inserisce senza dubbio nel discorso più ampio e generale della street art. Quali sono, in questo quadro, le sue peculiarità? E qual è la filosofia, la motivazione di base che spinge avanti la tua passione – e quella dei tuoi colleghi - ?
In realtà verso la street-art ho una sorta di antipatia -forse reciproca-  dovuta ai graffitari, che reputo più dannosi degli escrementi di piccione. Mi rendo conto di essere impopolare  paragonando i graffitari ai vandali,  ma non condivido assolutamente chi li osanna quando violentano i luoghi abbandonati con le loro bombolette. Arte? Mah, punti di vista. Poco rispetto verso luoghi altrui,abbandonati o meno? Probabile.

Considero i due movimenti simili, ma non di più: la street art punta alla strada come luogo di ribalta per esprimere un pensiero, e quindi ad esaltare qualcosa che è già sotto gli occhi di tutti, mentre l’urbex tende a valorizzare luoghi sconosciuti o invisibili alla massa. Potrei dire che hanno lo stesso fine, ma i mezzi sono agli antipodi. 
Questo argomento è spesso oggetto di discussione con i colleghi: c’è chi mi vede troppo romantico e sognatore con le mie idee di  ‘salvare il mondo’ e con la mia associazione, e chi troppo nazista quando calo la falce sui membri del gruppo o prendo posizioni drastiche su certi argomenti, come quello dei graffiti.

Quali sono i fotografi che hanno dato maggiore ispirazione ai tuoi lavori, quelli che secondo te non puoi non conoscere se ti piace l’Urbex?
I fotografi che seguo di più sono alla fin dei conti amici e colleghi; difficile indicare mostri sacri come McCurry o Cartier-Bresson, sono troppo distanti dal nostro mondo nascosto. Seguo e stimo molto fotografi come Andrè Govia, Gerry Langer, Andrzej Dragan, nomi più sconosciuti ma che con le loro foto, la loro arte e la loro bravura in post-produzione riescono a emozionare, creando uno stile riconoscibilissimo che invidio! Ho anche tanti amici che ammiro per i loro scatti.

Riconosco di non avere una gran cultura fotografica, se non per i ‘classici’ anche perché sul tema Urbex non esistono pubblicazioni, se non i foto-album dei singoli fotografi. Se posso mancare di modestia, direi che le pubblicazioni migliori saranno quelle che troverete a nome del PLAI: abbiamo in cantiere diversi fotolibri derivanti da alcune mostre, un ‘manuale’ urbex&PLAI e cartacei sulla storia di edifici storici abbandonati.

Ultima domanda: un consiglio pratico per chi vuole iniziare ad avventurarsi in questo affascinante mondo?
Un consiglio pratico che mi sento di dare è essere umili e trovarsi un buon mentore da seguire. Non ci sono libri o classi in cui studiare questa ‘disciplina’. Senza esperienza e preparazione è impossibile fare urbex seriamente.




A cura di Julia Capozzi



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