mercoledì 10 dicembre 2014

AsSaggi di Letteratura di S. Mauriello: Seicento anni dopo Petrarca, Andrea Zanzotto



«Nei casi più forti l’effetto è accompagnato da commozione vera, intellettuale (Dante: quante volte nel Paradiso?), in altri casi l’effetto consegue all’esasperazione di un principio tecnico formale che si fonde con qualche cosa di fisico e di trascendente, e la voce che parla parla a noi attraverso la sapienza dei secoli e dei millenni: è il brivido estetico che ci dà Petrarca. Ciascuno dei libri di Zanzotto ci elargisce almeno due o tre di questi momenti». Apro con parole non mie, è Stefano Dal Bianco ne La religio di Zanzotto tra scienza e poesia a ricordarci che nonostante i secoli passino e l'approccio alla poesia muti la vibrazione generata dalla sua lettura sa essere sempre la stessa. E se tra Petrarca e Zanzotto corrono seicento anni, poeticamente la distanza non vale. Vorrei avere avuto Zanzotto tra i banchi del liceo, vorrei non aver dovuto aspettare l'università per scoprirlo e immergermi nella sua lettura, ma l'anno scolastico è tiranno: si sa. Tuttavia, basta una raccolta di poesie per recuperare il tempo perduto.
Zanzotto esordì nel 1950, quando una giuria d'eccezione – composta da Montale, Ungaretti, Sereni, Sinisgalli e Quasimodo – gli conferiva il premio San Babilia. Partecipava con la raccolta di poesie Dietro il paesaggio, pubblicata l'anno successivo. Tre anni dopo Ungaretti scrisse a proposito di quel poeta di quarta generazione «il nostro amico sa scegliersi i suoi maestri. [...] Penserei [...] al Canzoniere di Petrarca dove da sonetto a sonetto appare sempre lo stesso fantasma, ma l’animo da sonetto a sonetto si modula a un grado diverso». Dietro il paesaggio esentava dall'uso del sonetto, eppure qualcosa c'era. In un secolo in cui tutti sembravano volgere le spalle a Petrarca per seguire le orme di Dante, in cui la figura del poeta aretino era ormai avvolta da un alone mellifluo, cortigiano, aristocratico e clericale, quando Petrarca – per secoli emulato, imitato a limiti del plagio da centinaia di poeti e aspiranti tali – diviene un padre scansato, in quella congiura Zanzotto riesuma il suo cadavere.
Zanzotto non è solo Petrarca, questo no. In lui ci sono le influenze dei più grandi nomi della letteratura italiana ed europea. Ci sono Quasimodo, De Libero, ma anche Lorca, Eluard. Lo stesso Dante germina in quella lingua così frammentata, così tesa, nei suoi mille strati e mille volti. Ma Petrarca fu forse un grande amore, una dipendenza difficile da debellare. Sono mille gli aspetti del poeta trecentesco che Zanzotto mette a fuoco, rielabora, rende propri frantumandoli e ricostruendoli. Come i più grandi petrarchisti del Cinquecento, come Della Casa, come GasparaStampa – citati nelle note della raccolta del 1978, Galateo in Bosco –, Zanzotto entra nella norma petrarchesca e la distrugge dall'interno, trova la sua conferma anche in absentia. «È Petrarca filtrato dai getti del Napalm» scrisse Michel David quando Zanzotto pubblicò nel 1968 La Beltà.
Al centro del Galateo in Bosco vi è un gruppo di sedici sonetti che costituisce un'unità in sé ma da esso è inseparabile: l'Ipersonetto. Quattordici sonetti come i quattordici versi che compongono la forma metrica usata, con l'aggiunta di un prologo e un epilogo per ergere un'architettura quadrilatera protetta, appunto, da quattro sonetti moltiplicati per quattro. Il Galateo, simbolo della normatività regolatrice, ideazione sociale, è la creazione umana elaborata dall'uomo per rasserenare se stesso. All'interno del caos della foresta nera, della selva, in una radura salvifica, è il tempio: un sonetto moltiplicato per se stesso. Ieri vi avevo lasciati con un sonetto estratto dal Canzoniere (interessante è anche sapere che l'86,5% delle poesie raccolte nell'opera di Petrarca sono sulla forma metrica del sonetto), oggi concludo con sedici versi sviluppati a partire da quello stesso incipit, ma nel Novecento. Perché quel commento zanzottiano ormai assume tutta la forma di un autocommento.



Sonetto del che fare e che pensare

Che fai? Che pensi? Ed a chi mai chi parla?
Chi e che cerececè d'augèl distinguo
con che stillii di rivi il vacuo impinguo
del paese che intorno a me s'intarla?

A chi porgo, a quale ago per riattarla
quella logica ai cui fili m'estinguo,
e che e per chi di nota in nota illinguo
questo che non fu canto, eloquio, ciarla?

Che pensi tu, che mai non fosti, mai
né pur in segno, in sogno di fantasma,
sogno di segno, mah di mah, che fai?

Voci d'augei, di rii, di selve intensi
moti del niente che sé a niente plasma,
pensier di non pensier, pensa: che pensi?


Serena Mauriello


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