giovedì 3 marzo 2016

[AsSaggi di Letteratura] - La corona d'alloro: origini, protagonisti e (falsi-)miti

Il falso mito delle tre corone: un percorso per scoprire le origini del 
rito della incoronazione poetica, le sue simbologie e  
le sue evoluzioni del tempo.


Siamo soliti parlare delle Tre corone riferendoci a Dante, Petrarca e Boccaccio. L’idea vale anche per i due poeti delle origini della nostra modernità: Ariosto e Tasso. Tuttavia, se di idea si parla, non si deve parlare di realtà. Insomma, il profilo coronato dovrebbe essere uno solo. Non esistono studi organici sull’origine e sulla prassi dell’incoronazione poetica, quelli esistenti sono spesso imprecisi e datati. Da questa immensa lacuna nasce il mito che vede i cinque raffigurati con il lauro adagiato sul capo, ma la realtà è ben altra. Ariosto e Boccaccio non ricevettero mai il sommo riconoscimento; Dante rifiutò
l’offerta di incoronazione pervenutagli dall’Università di Bologna; Tasso fu incoronato, sì, ma postumamente. Rimane solo il Petrarca, per lui abbiamo notizie certe e il suo contributo è importante per comprendere meglio il significato della celebrazione: riconosce l’alloro come premio dei poeti e dei condottieri al raggiungimento della gloria grazie all’ingegno e alle armi.
Il primo laureato dell’Europa occidentale dai tempi dell’antichità è Albertino Mussato, autore della tragedia storica Ecerinis e dell’Historia augusta.  A Padova il 3 dicembre 1313, dopo una lettura pubblica delle opere, il vescovo della città e il rettore dell’Università imposero al letterato una corona d’alloro[1]. Si tratta di un rito dalle origini pagane, strettamente correlato alla tradizione classica. Ovidio narra nelle Metamorfosi che «il primo amore di Febo fu Dafne, figlia di Peneo, / e non fu dovuto al caso, ma all’ira implacabile di Cupido» (Met, I, 452-453)[2]. Apollo, impavido e fiero di sé, schernisce il figlio di Venere: le sue frecce sono un’arma inadatta al suo fisico esile, sarebbero più valide nelle mani del dio delle arti. Eros decide quindi di dimostrare la sua potenza a Febo con una esibizione pratica direttamente sulla sua pelle. Impugnato l’arco, colpisce Apollo al cuore con una freccia d’oro condannandolo all’amore eterno per la ninfa Dafne subito dopo trafitta da un’altra freccia, quella di piombo, destinata a far rifuggire da quello stesso sentimento ogni vittima dei suoi colpi. Inizia così un lungo inseguimento, Dafne corre e alle sue spalle Apollo senza senno la insegue implorandola di fermarsi, urlandole tutti i propri pregi sperando di sedurla con la propria divinità. Ma la ninfa non si ferma, prosegue la sua corsa fino al fiume Peneo, dove supplica il padre di salvarla cambiando le sue fattezza. Così Dafne si trasforma, e la sua metamorfosi la porta ad assumere la figura di una pianta d’alloro.

E allora il dio: «Se non puoi essere la sposa mia,
sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno,
o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra;
e il capo dei condottieri latini, quando una voce esultante
intonerà il trionfo e il Campidoglio vedrà fluire i cortei.
Fedelissimo custode della porta d'Augusto,
starai appeso ai suoi battenti per difendere la quercia in mezzo.
E come il mio capo si mantiene giovane con la chioma intonsa,
anche tu porterai il vanto perpetuo delle fronde!».
Qui Febo tacque; e l'alloro annuì con i suoi rami.
(Met., I, 557-566)

Così, il dio dell’arte in ogni sua forma si lega per sempre all’alloro, che diverrà poi il simbolo della grandezza poetica. Boccaccio, per tutta la vita anelante il riconoscimento letterario, dà una curiosa interpretazione dell’alloro poetico considerandolo simbolico per tre motivi legati alle tre più grandi virtù della pianta: come il lauro è sempre verde, allo stesso modo la grandezza delle opere poetiche non declina mai; l’albero non è mai stato fulminato, la vera poesia non è lesa né dal fuoco dell’invidia né dall’erosione del tempo; l’alloro mantiene perennemente il suo profumo e i versi di spessore non perdono mai la loro gradevolezza[3].
Assodata la relazione tra il rito dell’incoronazione poetica e la classicità, non ci stupisce che il secolo aureo dell’alloro nella letteratura italiana corrisponda con la nascita dell’Umanesimo. Dal 1431 al 1540 si contano ben 93 lauree[4]. Ben presto la valenza politica dell’incoronazione prenderà piede e saranno sempre più gli imperatori a decidere il premio. L’alloro diverrà simbolo dell’impegno civile in tutte le sue forme e, nonostante l’implicazione politica assunta negli anni, rimarrà sempre il simbolo della conoscenza fino a diventare oggi il suggello delle fatiche universitarie di tutti gli studenti.

Serena Mauriello





[1] Cfr. Ronald G. Witt, Un poeta laureato: Albertino Mussato, in Atlante della letteratura italiana. Dalle origini al Rinascimento, vol. I, a cura di Sergio Luzzato e Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2010, pp. 134-139.
[2] Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, a cura di Mario Ramous ed Emilio Pianezzola, Milano, Garzanti, 1995.
[3] Cfr. Giovanni Boccaccio, Il trattatello in laude di Dante, a cura di Luigi Sasso, Milano, Garzanti, 1995.
[4] Cfr. Francesco Paolo Terlizzi, Le incoronazioni poetiche, in Atlante della letteratura italiana. Dalle origini al Rinascimento, vol. I, a cura di Sergio Luzzato e Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2010, pp. 140-144.

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